La questione dell’ambra

questione ambra
Se tutti i bocchini montati su pipe vecchie e nuove decantati per vera ambra lo fossero realmente, significherebbe che l’ambra possa essere cavata in cave alla stregua del marmo.

Purtroppo, l’ambra (resina fossile nata da piante preistoriche) è materiale oggi sempre più raro, vuoi perché l’area di rinvenimento è molto ristretta (zone ben delimitate dei fondali del Mar Baltico), vuoi per lo sfruttamento sfrenato effettuato nei secoli scorsi – si pensi soltanto alla famosa Camera d’Ambra degli Zar.

Era da sempre considerata, l’Ambra, materia così rara e pregiata che veniva perlopiù impiegata per monili: anelli, collane, cammei, orecchini e simili – o per regolamenti economici al posto della moneta.

Dopo la scarsità, l’altra difficoltà maggiore era quella di reperire grossi pezzi: reperti del volume di un pugno erano già considerati eccezionali. Oggi i cercatori se li sognano…

L’ultima – ma non più insignificante – difficoltà era la lavorazione.

Fragile come il vetro, brucia, si scioglie con diversi solventi, si corrode e si consuma con l’uso: ecco il rovescio della medaglia di questo tesoro considerato addirittura “magico”, e comunque uno dei pochi splendidi simboli della preistoria.

Nell’800 abili artigiani viennesi e ungheresi ebbero l’ardire di cimentarsi nell’uso dell’ambra come bocchino per pezzi in schiuma di mare* (silicato di magnesio) nell’intento di valorizzare ancor più le loro creazioni di vera arte in miniatura. Dapprima furono fuma-sigari, poi pipe.

I limiti, come detto, erano le dimensioni e la lavorazione.

Tranne qualche eccezione oggi introvabile (chi le possiede ne è così geloso che non le mostra, figuriamoci poi metterle in vendita), quel che si può vedere oggi nei musei o collezioni private, o ciò che raramente viene messo in vendita, contempla bocchini di pochi centimetri – e generalmente dritti o quasi. Forare un pezzo lungo vuol dire distruggerlo. Curvare un bocchino (già sopravvissuto alla foratura) è impresa al di sopra della attuali capacità umane, pur con tutta la tecnologia moderna.

I segreti del passato per curvarla sono sepolti con gli scopritori, ma si sa per certo che nell’operazione erano più i pezzi spezzati di quelli riusciti. Per forarla si impiegavano torni a pedale lentissimi.

In Germania, negli anni ’60 (lo scrivente lo ha visto di persona) si produceva un’Ambra rigenerata: polvere fine di scarti di lavorazione veniva pressata in cilindri d’acciaio assieme a delle resine leganti. Il cilindro di materiale estratto (carota) veniva lavorato e tornito come il metacrilato. Il costo però era pur sempre proibitivo.

Altra strada aveva seguito attorno al 1900 la ditta Andreas Bauer di Vienna (il marchio più famoso al mondo, sopravvissuto fino agli anni ’90 per merito di una esperta signora Ungherese – Frau Mrstik – con la quale lo scrivente ha lavorato parecchi anni, ma oggi è tutto finito).

Ca va sans dire che le Bauer sono ricercate dai collezionisti di tutto il mondo.

Questo marchio montava solo bocchini di loro produzione denominati “Kunstamber”, con autorizzazione del Governo Austriaco. Composizione: alta percentuale di polvere d’ambra legata a freddo da un catalizzatore naturale. Leggenda vuole che tale “ricetta” nascesse per caso quando il vecchio Bauer fece cadere una certa sostanza liquida nel recipiente della polvere; l’indomani trovò l’intero impasto cristallizzato.

Alla chiusura della Bauer, alcuni anni fa, nessuno se la sentì di rilevare il marchio, che comprendeva la rivelazione della preziosa ricetta.

Almeno finora.

Antonio Paolo Paronelli

* = nel Museo Paronelli c’è un banco per la lavorazione della schiuma